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Davide BorsaScritto da: Progetti

Lo “strano caso” di dottor Brera e mister Citterio

Lo “strano caso” di dottor Brera e mister Citterio

Non smette di far parlare di sè la vicenda del progetto per la realizzazione del polo culturale della “Grande Brera”, ovvero l’ampliamento della Pinacoteca negli spazi di palazzo Citterio, nonchè l’adeguamento delle ex caserme Magenta e Carroccio a uso dell’Accedemia (23 milioni di euro stanziati dal CIPE nel 2012). A fine novembre 2013 risalgono i deludenti esiti del concorso-appalto per il “Restauro, conservazione e rifunzionalizzazione del complesso di palazzo Citterio”, pubblicizzati con una doppia mostra alla Triennale di Milano dal 21 gennaio al 16 febbraio e al MAXXI di Roma dal 7 al 30 marzo scorsi, e con la presentazione, il 25 settembre, del libro Il caso Palazzo Citterio (Skira). Questo lo spunto per un’ironica quanto amara riflessione che si allarga alle strategie museografiche, alla qualità delle opere pubbliche e al valore sociale della cultura oggi. Va infatti ricordato che palazzo Citterio fu acquisito dallo Stato nel 1972 e fin da allora si parla del suo recupero e del progetto “Grande Brera”, che ne intende fare sia la sede espositiva delle collezioni permanenti del Novecento della Pinacoteca, sia la sede per manifestazioni e mostre temporanee. A seguito della gara, i lavori sono stati assegnati in via definitiva il 10 aprile 2014 e dovranno essere conclusi entro 24 mesi dalla consegna, per un importo di 17 milioni di euro (per maggiori informazioni: versolagrandebrera.it).

La Storia quando serve: vanity fair in un paese per vecchi
MILANO. Nell’ex capitale morale ora trasformata in Expocity, siamo accolti nella sontuosa Sala degli specchi dell’aulico Palazzo Litta per la presentazione del libro di Caterina Bon Valsassina Il caso palazzo Citterio. Si guardano negli occhi i sopravvissuti delle passate gloriose stagioni e i protagonisti della presente, sbiadite copie di una comunità un tempo vivace che ha smesso di credere in quello che fa; i vecchi e i giovani uniti sotto la bandiera della sconfitta morale, di una società civile in piena crisi di civiltà e in perenne attesa di riscatto.
Colpisce nel segno l’intelligente autodifesa perorata da Bon Valsassina – secondo il principio che la miglior difesa è l’attacco – dell’operato del MiBACT (in due tempi: la mostra del “pittoresco” (sub)concorso-appalto per il “Restauro, conservazione e rifunzionalizzazione del complesso di palazzo Citterio” e il libro). Alla granitica direttrice regionale per i Beni culturali e paesaggistici della Lombardia va senz’altro riservato l’onore delle armi in occasione dell’uscita della strenna Skira, vero capolavoro di comunicazione integrata e di ricerca finalmente a tutto campo, al quale dobbiamo però rimproverare una certa cappa di mistificazione e opacità sul presente, che purtroppo è e rimane l’unica lente con cui guardare al passato: erga omnes, siamo tutti colpevoli, non è certo una conclusione da considerarsi accettabile. La voce dell’autrice si affievolisce e si spegne proprio quando lambisce i tempi nostri e da cronaca dovrebbe trasformarsi in programma, metodologia, politica, storia e critica in atto; ma su ciò di cui non possiamo parlare, par ci suggerisca, meglio tacere.
Lasciare ai posteri il giudizio è elegante soluzione o suprema mistificazione? Nella salsa di conformismo opportunista, come ci si può oggi aspettare un critico, sereno e indipendente bilancio delle operazioni in atto che non sia edonistico esercizio di vacuo sfascismo o puerile grillismo? Lo stesso Luca Molinari, con la sagacia dell’intellettuale perennemente engagé e l’esperienza delle tante, feroci battaglie combattute con il pugnale tra i denti, nella postfazione, per non scontentare nessuno si perita, bontà sua, di girare subito la patata bollente “al giudizio delle generazioni che verranno”; un vecchio leone come Vittorio Gregotti, che dalle pagine del “Corriere” ha ruggito strigliando gli archistar globalizzati con la verve di un Savonarola, ci lascia con un laconico messaggio cifrato venato di nostalgia per i bei tempi andati: “Non ho avuto alcuna occasione di occuparmi del «caso di palazzo Citterio», se non in discussioni personali su alcune ipotesi relative al suo contenuto complessivo, con diverse valenze strutturali ma mai definitive”; senza però mancare di aggiungere che, bontà sua, le destinazioni d’uso di palazzo Citterio, “non sembrano affatto risolte nonostante (?!) il recente concorso-appalto, né sul piano della funzione, né su quello architettonico”. Perdincibacco! Più che una postfazione, la dichiarazione di una persona informata dei fatti… La sferzante staffilata della critica architettonica milanese che non si lascia imbavagliare da nessuno si è fatta sentire.
Come una gelida autopsia, la cronaca di un povero museo mai nato snocciolata da Bon Valsassina si incaglia nella frase citata da Lamberto Vitali per cui la “critica in atto” è “comprare”. Frase che assume oggi un significato nuovo, sinistro, in tempi di saldi permanenti: “comprare (…) è il modo più concreto con cui si può fare una affermazione critica (…) comunque chi la fa la paga in proprio”. Chi ha pagato il prezzo più alto? La comunità, la credibilità, le istituzioni o le persone che ci hanno messo la firma e la faccia? Domande ancora senza una risposta pienamente soddisfacente per una verità che non è solo oggettiva e strumentale, legata alla storia degli oggetti (… follow the money…).
In realtà, la vicenda dimostra proprio che spesso spendere non basta, e neanche fare; come bene sanno gli impassibili, disinteressati e fatalisti benefattori, gli Amici del Museo, che pagarono un progetto di James Stirling per trovarsene poi uno, quasi un quarto di secolo dopo, dell’accoppiata Alberto Artioli e Annamaria Terafina, architetti della Soprintendenza di Milano. A questi ultimi si deve infatti il preliminare posto a base di gara del concorso-appalto bandito nel 2012 e aggiudicato ad Amerigo Restucci con l’impresa Research Consorzio Stabile scarl. Il fatto che, contigua, vi sia la Pinacoteca “rivisitata” da un progetto (al definitivo) di Mario Bellini, ripropone la trita solfa dei due gemelli siamesi separati in casa. Operazione comunque benemerita che porrà fine allo stillicidio di acqua dai solai di palazzo Citterio e a quell’Oktoberfest permanente di Brera dedita a improbabili allestimenti fai da te: caminetti, bricolage, maquillage e scemografie che appestano le stanze da quando sono stati disallestiti i maestri Albini e Gardella, costringendo infine a ripensare e rinfrescare i destini dell’Accademia, a scongiuro definitivo dell’ormai imminente e improcrastinabile ispezione del Gabibbo.

Ex unum, pluribus… il progetto è morto, viva le opere!
I due comandanti in campo delle operazioni – la direttrice regionale Caterina Bon Valsassina e la soprintendente per i Beni storici artistici ed etnoantropologici per le province di Milano, Bergamo, Como, Lecco, Lodi, MonzaBrianza, Pavia, Sondrio, Varese, nonchè direttrice della Pinacoteca di Brera, Sandrina Bandera – sono figure a loro modo di epica grandezza, nel tramonto di una stagione di nomenclature spesso impopolari e ormai in perenne predicato di rottamazione. La prima si segnala per la vetrificata impassibile coerenza al primato personale della prassi al massimo ribasso e delle nozze con i fichi secchi, ultimo rifugio concesso dai tempi: se sia riuscita nel miracolo di mettere insieme gli scampoli di finanziamento del governo Monti, conati politici e risorse interne in prepensionamento per il grande passo, oppure sia solo un’utile pedina esecutrice del gran ballo degli appalti d’oro, cucinati nella stanza dei bottoni da cricche, lobbies e consorterie, lo diranno solo i posteri. Tuttavia, già il doversi accontentare del meno peggio, dopo 50 anni di battaglie politico-culturali, sembra sancire il bilancio della drammatica disfatta di una stagione in cui si finanziano non più i progetti, ma a malapena le opere.
Se Atene piange, Sparta non ride: la Soprintendenza, in caduta libera di carisma, audience e popolarità, nonostante inossidabili alleanze e appesantita dalla fede incrollabile in un passato che non c’è più e nei suoi spesso stantii rituali, rappresenta plasticamente la crisi vocazionale e scientifica del grande museo italiano che non riesce a reggere la sfida dei tempi e si vede costretto a rincorrere disperatamente un modello che rinnega sia il presente che il futuro, concentrandosi sul colore delle pareti, sul comfort, sui percorsi e le dotazioni: aspetti estrinseci e ormai ampiamente scontati in tutta Europa. Figure in crisi d’identità e di vocazione: lo storico dell’arte “conoscitore” (soprattutto dopo le numerose “bufale” servite all’opinione internazionale, una fra tutte il povero Cristo ligneo di Michelangelo) e il suo doppio, il soprintendente, come un ibrido Arlecchino servitore di due padroni che riesce a scontentare tutti: come direttore di grande museo internazionale – alla Laclotte – primo nei restauri e nelle ricerche come nei rapporti col pubblico (ma che non ha ancora aggiustato le toilettes dal dopoguerra); e come puntiglioso soprintendente del museo territoriale – alla Emiliani -, strenuo difensore fedele al contesto e alla tutela del suo patrimonio, scudo di fronte alla prevaricazione di un mercato sempre più invadente e aggressivo.
Mentre al MiBACT azzeccavano garbugli e ricorsi, promuovendo l’ennesima controriforma a budget zero, le banche rapidamente “privatizzavano” gli standard del museo italiano con le Gallerie d’Italia e si preparano addirittura a brandizzare la periodizzazione della storia dell’arte, lanciando il più importante programma di brand placement e di marketing virale subliminale dai tempi di Vance Pakard e del suo I persuasori occulti: d’ora innanzi ci sarà il Seicento Bancaintendimi, il Settecento Unicredi, il Contemporaneo Che Banche! che preludono ai futuri Espressionisti Nesspressimo e Naturalisti Parmacottimo…
Come si sia arrivati a questa Caporetto del social museum, lo si evince agilmente dalla lettura del come eravamo, nella quale sfilano gli ormai consueti medaglioni milanesi de viribus illustribus. Tutti i protagonisti di un giallo senza mai trovare l’assassino, ma con figure del passato che si stagliavano a tutto tondo per l’attivismo critico, l’impegno sociale e per l’acume e la progettazione politica della cultura, per l’attenzione a legare tematiche sociali con la temperie culturale e con progetti avanzati di cultura critica, fornendo quell’essenziale camera di compensazione “politica” che doveva colmare il vuoto tra ricchezze, cultura e progresso sociale. In fin dei conti, si trattava dell’attuazione dell’articolo 3 della Costituzione, quello sull’uguaglianza ottenuta rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale, che è l’unico obiettivo plausibile per pagare un prezzo politico per dei servizi: ci sentiamo di suggerire sommessamente che forse si trattava nientepopodimenoche del laboratorio culturale e sperimentale della socialdemocrazia italiana, ante Leopolda? E soprattutto che tipo di controllo, al di là della Magistratura, vi può essere in operazioni della cui dignità culturale e intellettuale si stenta a decifrarne la responsabilità, diluita in una pletora di figure tecnico operative trincerate dietro le loro qualifiche certificate?
Amerigo Restucci, rettore dell’Università IUAV di Venezia e capogruppo dell’Ati vincitrice del concorso-appalto per i lavori a palazzo Citterio, dopo la bocciatura di ben tre ricorsi presentati dai consorzi concorrenti per eccesso di ribasso, ha presentato il progetto sottolineando che non aveva motivi per dubitare dell’impresa Research Consorzio Stabile di Napoli, ben introdotta e con una solida esperienza di appalti ministeriali, avendo lavorato per svariati cantieri MiBACT. La direttrice regionale ha rassicurato, su specifica domanda, che lo stesso raggruppamento si occuperà direttamente anche del progetto di allestimento di interni (?). Sulle pagine del “Corriere” del 13 ottobre 2014 Fiorenza Sarzanini ha scritto che, con l’articolo Gli appalti per Pompei vinti sempre dagli stessi, a seguito di un’indagine interna compiuta dal generale Giovanni Nistri, messo a capo del “Grande Progetto Pompei”, sono stati individuati negli intrecci societari delle vincitrici degli appalti (per un totale di più di 25 milioni di euro), i legami diretti con la Research Consorzio Stabile che ha vinto proprio l’appalto-concorso milanese con un ribasso del 38% sui 13.593.230 euro a base di gara (motivo dei due ricorsi degli sconfitti Citterio Viel con Dottor Group spa e De Lucchi con Carron spa, definitivamente respinti dal Tar Lombardia). Una vicenda che lascia quantomeno perplessi, stante il fatto che lo stesso Nistri ha ritenuto opportuno, per prima cosa, “verificare se, al di là delle certificazioni rilasciate, ci siano motivi per mantenere nell’elenco alcune ditte”. Un’altra conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto a volte la capacità adattiva e gli stratagemmi adottati sono in grado di superare qualsiasi ostacolo, specie se attuati sfruttando inerzie, opacità e connivenze, come amaramente insegnano anche le recenti peripezie Expo, diventando argomenti più adatti agli specialisti di cronache giudiziarie che a quelli di critica e cultura architettonica.
La sostanza è che siamo oppressi da una cappa di “ordinaria” cattiva amministrazione che ha espunto la politica dai suoi programmi, riducendo il progetto a opere e riservando i suoi slanci solo al marketing politico-lobbistico e alle operazioni d’ingegneria finanziaria spacciate per indispensabili sacrifici politici: Aler trasformato in Metropolitane Milanesi, nuovo Policlinico et similia ci ricordano che dove s’incontrano le fameliche aree di profitto con l’intraprendenza gestionale della classe politica, ossia nelle aree dove il privato può affondare le fauci con i migliori margini e negli ambiti di autorappresentazione (sedi sfarzose in grattacieli di lusso per la nuova famelica burocrazia regionale con annessi appalti faraonici), come nelle infrastrutture a basso livello di progettazione architettonica (piastre, tangenzialine, bretelle, racchette, vie d’acqua, mose, alte velocità ecc.), il fiume di denaro è una piena inarrestabile, mentre per il resto siamo ancora all’anno zero. Citiamo ancora Gregotti nella postfazione del libro, il quale prevede “tempi lunghi (sic..!?), tenuto conto degli assestamenti e delle discussioni (!?)… nella scarsezza dei mezzi economici che la crisi italiana ha oggi proposto proprio alle sue strutture culturali”, a sottolineare ancora una volta come ormai contino più le opere (e gli appalti annessi…) che i progetti e la cultura.
La morte del social museum e la devastazione del cultural landscape sono le conseguenze di una tale deriva, che colpisce le deboli democrazie a bassa coesione sociale e integrazione civile, con infrastrutture e ordinamenti obsoleti che hanno vissuto di rendita di posizione e di sistematico parassitismo e non hanno saputo rinnovarsi al seguito della crisi dei sistemi di produzione e all’avvento della stagione postindustriale.

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Tag: Last modified: 9 Ottobre 2015